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Camminare di nuovo...grazie alle cellule del naso.

midollo spinale

Un ex pompiere polacco, Darek Fidyka, vittima di un accoltellamento nel 2010 rimase paralizzato, oggi, dopo un trapianto di cellule staminali prelevate dal naso ritorna a camminare. Il risultato, descritto sulla rivista Cell Transplantation, è il frutto di una ricerca quarantennale condotta fra la Polonia e l'Inghilterra.
Il trapianto è consistito nella rimozione di uno dei bulbi olfattivi del paziente e il conseguente innesto delle cellule OECs (Olfactory Ensheating Cells) nel punto di lesione del midollo spinale, mischiate a cellule di tessuto nervoso prelevate dalla caviglia. L'avvenuta rigenerazione delle fibre nervose, da confermare con uno studio su scala mondiale, è avvenuta grazie a questo mix di cellule. Le cellule OECs, nel naso, hanno la funzione di aiutare a rigenerarsi le cellule nervose del naso. Il paziente ha dovuto effettuare diversi cicli di fisioterapia per iniziare a muoversi e camminare o pedalare. Ha recuperato quindi il controllo della parte inferiore del busto e delle gambe, nonché le funzioni sessuali. La ricerca sarà estesa a tutti quei pazienti che hanno gravissimi danni al midollo spinale, quali la recisione completa da arma da taglio, in modo da affrontare la problematica più grave. E' stato, quindi, avviato un progetto dal nome: Walk Again Project (Progetto Camminare Nuovamente).

I pazienti che vogliono essere sottoposti a tali cure devono essere disposti a restare in Polonia almeno tre anni per la riabilitazione.

Fonti:http://www.bbc.com/news/health-35660621
https://walk-again-project.org/#/en/project
http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/medicina/2016/03/07/paralizzato-torna-a-muoversi-grazie-alle-cellule-del-naso_8a28f04d-c266-415a-9308-b32dd50692ca.html

RansomWare, il virus che rende illeggibili le tue foto e i documenti e ti chiede il riscatto

La nostra vita è ormai pervasa dalle tecnologie informatiche, smartphone, tablet, pc, smart tv, domotica. La facilità (e la gratuità) con cui si scattano centinaia di foto e si conservano nel disco fisso del computer, spesso senza mai stamparle, fa si che si accumulino centinaia o migliaia di foto con ricordi di momenti della nostra vita che rischiano di perdersi in caso di rottura del disco o compromissione dei dati. A questi rischi legati alla mancata stampa e al mancata salvataggio su altri suppporti (DVD, pen-drive, disco esterno) si aggiunge quello di essere vittima di una categoria di virus detta "ransomware", ovvero malware (software malevolo) che chiede un riscatto (ransom). La mancanza di un antivirus aggiornato o addirittura l'assenza di un buon antivirus installato sul pc o sullo smartphone, rendono vulnerabile il sistema all'attacco di un virus del genere, che spesso proviene da una email ingannevole o da un pendrive collegato al nostro dispositivo. La mail contiene un allegao apparentemente innocuo che invece avvia un virus subdolo e invisibile che comincia a crittografare (codificare secondo una coppia di chiavi di scrittura e decodifica) i nostri dati (foto, documenti word, excel,pdf) rendendoli illeggibili. Non ci sono ancora metodi di decriptazione in quanto si utilizzano algoritmi appositamente studiati per rendere non decodificabili con i normali computer i dati così codificati. Al termine della codifica irreversibile dei dati, tutti i nostri documenti e foto sono di fatti persi per sempre. I pirati informatici offrono una pericolosa possibilità di recupero: pagare un riscatto in bitcoin (moneta virtuale) sulla rete TOR (rete internet anonima) a partire da 500$. Chi garantisce che dopo il riscatto i criminali abbiano l'onestà di dare la chiave di decodifica? Consigliamo, quindi, di stampare le foto a cui tenete di più, memorizzare su supporti di buona qualità in maniera stabile (Dvd) foto e documenti, e spendere qualche decina di euro x un buon antivirus. Prevenire è meglio che curare.

Fgf21, l'ormone che allunga la vita.

La nota rivista di scienza pnas.org ha pubblicato uno studio dei ricercatori della Università americana di YALE in cui si evidenzia il ruolo di uno degli ormoni fattori di crescita dei fibroblasti (Fgf21) nell'aumentare la vita dei topi.  Tale proteina è prodotta dal fegato e dal timo. Quest'ultima ghiandola è il luogo dove maturano le cellule che diventano i linfociti T, cellule guardiano del sistema immunitario. L'invecchiamento del timo porta alla riduzione della capacità di produrre nuovi linfociti T, per cui aumenta il rischio di sviluppo di infezioni e alcuni tipi di tumore. Da qui, l'importanza della scoperta. Infatti, i ricercatori capitanati dall'immunobiologo Vishwa Deep Dixit, hanno scoperto che l'invecchiamento con effetti degenarativi del timo si può arrestare  aumentando i livelli di Fgf21. In tal modo il ruolo del timo viene conservato e garantita la produzione dei linfociti T. Ma questo non è il solo aspetto positivo del Fgf21, in quanto aumenta la sensibilità all'insulina e contrasta quindi il diabete e l'obesità.

endocrino

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Cianobatteri per produrre elettricità ed alimentare piccoli dispositivi

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Cianobatteri – Credits: BASF via Flickr (CC BY-NC-ND 2.0)

Biologia e tecnologia si incontrano ancora una volta nella produzione di energia elettrica tramite lo sfruttamento dei cianobatteri, una classe di microorganismi in grado di produrre energia tramite fotosintesi. Il processo è in sè noto e sperimentato da qualche anno. In Italia la ricerca condotta da Paolo Bombelli che ne pubblica i risultati sulla rivista online della Royal Society of Chemistry, mostra come sia stato possibile alimentare (e continuare a farlo) un microprocessore con relativa scheda madre, tipicamente utilizzato nei dispositivi di IoT (Internet of Things). In previsione di un ulteriore enorme diffusione di dispositivi connessi, il problema dell'alimentazione elettrica che sia prodotta a prezzi abbordabili, possibilmente non derivata da fonti fossili, batterie che usino materiali inquinanti (vuoi perché la dispersione nell'ambiente è inquinante, vuoi perché l'estrazione e la lavorazione dei metalli e delle cosiddette terre rare è insostenibile a livello ecologico ed economico), lo studio di fonti alternative di produzione elettrica è necessario per lo sviluppo di soluzioni sostenibili. Come riportato nell'abstract dell'articolo, i consumi dei dispositivi IoT variano dall'ordine dei microwatt a quello dei milliwatt e si prestano ad essere suppliti da piccoli fonti energetiche. La capacità dei cianobatteri di trasformare in energia elettrica la luce ricevuta ha dato il via alla sperimentazione di celle - batterie che catturino l'elettricità prodotta da questo processo e la rendano disponibile per alimentare questo microdispositivi. Utilizzando cianobatteri ed acqua, la sola luce ambiente ha prodotto energia sufficiente a far funzione un ARM Cortex M0+ per oltre sei mesi in un ambiente domestico con luce ambiente.

 

 

[link all'articolo originale su cell.com qui]

Sustainable, affordable and decentralised sources of electrical energy are required to power the network of electronic devices known as the Internet of Things. Power consumption for a single Internet of Things device is modest, ranging from μW to mW, but the number of Internet of Things devices has already reached many billions and is expected to grow to one trillion by 2035, requiring a vast number of portable energy sources (e.g., a battery or an energy harvester). Batteries rely largely on expensive and unsustainable materials (e.g., rare earth elements) and their charge eventually runs out. Existing energy harvesters (e.g., solar, temperature, vibration) are longer lasting but may have adverse effects on the environment (e.g., hazardous materials are used in the production of photovoltaics). Here, we describe a bio-photovoltaic energy harvester system using photosynthetic microorganisms on an aluminium anode that can power an Arm Cortex M0+, a microprocessor widely used in Internet of Things applications. The proposed energy harvester has operated the Arm Cortex M0+ for over six months in a domestic environment under ambient light. It is comparable in size to an AA battery, and is built using common, durable, inexpensive and largely recyclable materials.

La tua crema scrub contiene probabilmente delle microplastiche

La plastica è una delle più grandi invenzioni dell'umanità. Con l'uso della plastica si possono realizzare oggetti di forme e uso molteplici, di largo consumo e di basso o bassissimo costo. Contropartita di questa facilità di realizzazione è l'inquinamento che essa provoca. La plastica ha invaso tutti i settori dell'economia fino al delirante uso di stoviglie monouso in plastica che se da un lato evitano di dover lavarle, dall'altro hanno alimentato l'insana abitudine di usarle spesso e di buttarle, purtroppo, in mezzo ai boschi, nelle campagne, in spiaggia o per le strade delle città.

microbeads

La plastica non è un prodotto naturale e come tale non ha in natura dei rivali efficienti che possano mangiarla e digerirla riducendola a sostanza fertilizzante come avviene per i cibi o per i materiali di origine vegetale (legno, carta...). Uno dei fenomeni più insidiosi è la formazione e diffusione di microplastiche che vengono ingerite dai pesci, accumulate nella loro carne e di ritorno ingerite da noi consumatori. Le microplastiche sono pezzetti di plastica di dimensione inferiore ai 5 millimetri, derivanti sia dalla frantumazione di pezzi di plastica più grande che per fabbricazione effettiva di pezzetti così piccoli per usarle nelle creme desfolianti (scrub) o addirittura nei dentifrici.

L'attenzione circa l'inquinamento della plastica si è alzata e con essa anche quella alle microplastiche. Le creme usate per la pulizia del corpo e del viso, specie quelle più economiche, contengono delle perline in plastica dura che hanno l'effetto leggermente abrasivo e riescono a togliere gli strati superficiali di cellule morte della pelle. In alcuni dentifrici queste perline hanno anche esso l'effetto abrasivo per una maggiore pulizia della superficie dei denti. Queste perline di plastica finiscono negli scarichi fognari e neppure i filtri possono trattenerle. Oltrepassano anche i filtri dei depuratori cittadini e finiscono in mare, anche in profondità ed i pesci ne accumulano parecchio, insieme agli altri inquinanti (vedi mercurio, metalli pesanti...).

Alla fine tutto torna. Perché quei pesci noi essere umani li peschiamo e quando finiscono sulle nostre tavole li mangiamo, riprendendoci indietro quei pezzettini di plastica che finiscono nel nostro corpo, facendoci ammalare. Oltre alla microplastiche fabbricate appositamente, una fonte di microplastiche sono i vestiti in fibra sintetica: durante un lavaggio (nel test eseguito fra 30 e 40 gradi) vengono rilasciate decine di migliaia di micro fibre che oltrepassano anche i filtri dei depuratori e finiscono nei terreni / nei corsi d'acqua e nei mari. Le Nazioni Unite hanno lanciato una campagna contro l'inquinamento da microplastiche dal titolo "What is in your bathroom?" (cosa c'è nel tuo bagno?). Interessante, anche solo per le foto dei prodotti, l'articolo del Daily Mail (testata giornalistica inglese).

Come vedere se la crema contiene microplastiche? Per fare ciò basta leggere l'etichetta e controllare se riporta: Polyethylene (PE), Polymethyl methacrylate (PMMA), Nylon, Polyethylene terephthalate (PET), Polypropylene (PP).

Come stabilito dalla legge di Bilancio 2018, dal 1 Gennaio 2020 questo uso di microplastiche saranno vietate. ma non per tutti i prodotti. Infatti, nei prodotti cosmetici intesi come trucchi potranno ancora essere inserite (vedi quei prodotti con glitter per far luccicare). 

Esiste un sito internazionale sul tema delle micro plastiche dal nome "beatthemicrobeads.org" (batti le micro perline).

Cubo di Rubik e proteine...

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[Creditis: Foto di croisy da Pixabay]

Una ricerca del mondo informatico per la risoluzione del cubo di rubik potrebbe avere importanti ricadute per l'analisi e la decifratura della struttura delle proteine. Infatti, lo sviluppo di un algoritmo più efficiente per la risoluzione del cubo di Rubik (partendo da una combinazione qualsiasi arrivare a ricombinare i cubetti per ottenere delle facce con colore uniforme), porterà degli ottimi risultati anche nel metodo di calcolo delle strutture proteiche. Qual è il nesso? Semplicemente l'approccio di calcolo che analizzi le varie possibili combinazioni. Tale risultato è stato ottenuto dal team di Pierre Baldi della Università della California ad Irvine. L'algoritmo sviluppato è stato chiamato DeepCubeA ed è riuscito a risolvere il problema delle facce del cubo di Rubik impiegando mena memoria RAM (e tempo) rispetto ai precedenti algoritmi. Questi risultati sono stati presentati al Workshop annuale sul Deep Learning tenuti a Copenaghen dal 7 all'11 Luglio 2019.

 

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